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Céline Frigau

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Borsista
2011 - 2012

Storia dell'arte

Biografia

Céline Frigau
Periodo: 2011-2012
Professione: Storico dell’arte Céline Frigau è nata nel 1981. Si è laureata al Conservatorio di Avignone, ha frequentato l’École normale supérieure de la rue d’Ulm ed è agrégée in italiano. Tra il 2004 e il 2011 ha insegnato presso la Northwestern University negli Stati Uniti, l’Université Paris 8, l’Université d’Évry e l’École normale Supérieure de Paris. Dal 2006 al 2010 è stata responsabile della ricerca documentaria presso la Bibliothèque nationale de France (Bibliothèque-musée de l’Opéra), occupandosi della promozione delle collezioni del Théâtre-Italien de Paris sotto la Restaurazione. Nel 2009 ha discusso la sua tesi in studi italiani, storia dello spettacolo e della musica, presso l’Università di Parigi 8, sotto la supervisione congiunta dell’Università di Firenze. La sua tesi, co-diretta da Françoise Decroisette e Fiamma Nicolodi, è stata qualificata nelle sezioni 18 (Arte), 14 (Lingue romanze) e 10 (Letteratura comparata). Beneficiaria di borse di ricerca della Scuola normale superiore di Pisa, della Fondazione Primoli di Roma e dell’École Française de Rome, Céline Frigau è stata residente a Villa Medici per 12 mesi dall’aprile 2011. La sua tesi sarà pubblicata nel 2011 da Honoré Champion, nella collezione “Romantisme et Modernités”, con il titolo :
L’œil et le geste. Pratiques scéniques de chanteurs et regards de spectateurs au Théâtre royal Italien (1815-1848). Céline Frigau è anche autrice di una quindicina di articoli, la maggior parte dei quali sul teatro e sull’opera italiana della prima metà dell’Ottocento. Ha inoltre realizzato un’antologia di
La littérature italienne du XIII e siècle à nos jours (Paris, Press Pocket, 2006)
e tradotto opere letterarie e critiche (Carlo Gozzi,
Mémoires inutiles, trans. ed. by F. Decroisette, Paris, Alain Baudry, 2010; Guido Mazzoni,
Sur la poésie moderne , Paris, Classiques Garnier, di prossima pubblicazione). La sua ricerca si concentra sul rapporto tra musica, immagine e letteratura. In particolare, esplora un campo ancora poco esplorato dagli storici del Théâtre-Italien de Paris, specializzato nella produzione di opere italiane cantate in lingua originale: quello della scenografia operistica e delle pratiche sceniche dei cantanti. Per far luce su questi temi, Céline Frigau affronta questioni sia estetiche che politiche, che derivano direttamente dalla strategia locale dell’istituzione e toccano lo sviluppo di un approccio italiano all’arte, ben prima dell’unificazione della penisola, come risultato dei trasferimenti culturali tra Italia e Francia, e talvolta anche oltre. Poiché i modi di rappresentare, vedere e descrivere sono indissolubilmente legati, i processi di creazione e ricezione vengono esaminati insieme attraverso uno spaccato di fonti: libretti, testimonianze del pubblico, recensioni, manuali per attori, documenti iconografici e amministrativi. Nella sua tesi, Céline Frigau si è concentrata sulle performance dei cantanti e sui criteri di ricezione del pubblico del Théâtre-Italien. Gli artisti che vi si esibivano – come Manuel García, Giuditta Pasta e Maria Malibran – erano considerati dei veri e propri attori. In assenza di un direttore di scena, sono padroni della propria performance – una libertà concepibile solo entro i limiti dei codici figurativi dell’epoca, delle esigenze della direzione e dei criteri di percezione del pubblico, che devono quindi essere compresi. Lo studio è completato da una cronologia degli spettacoli del teatro dal 1815 al 1848 e da un dizionario di tutti i suoi cantanti. Il progetto di Céline Frigau a Villa Medici è dedicato al pittore bolognese Domenico Ferri (1795-1878), attivo in Italia e in Francia nella prima metà dell’Ottocento. Il suo itinerario sollevò questioni estetiche, tecniche, drammaturgiche e politiche e questa ricerca esaminerà i processi di creazione, ricezione e amministrazione, utilizzando fonti iconografiche e archivistiche, articoli di stampa e testimonianze del pubblico. Per comprendere l’opera di Ferri, dobbiamo analizzare i suoi rapporti con gli scenografi contemporanei, Sanquirico in particolare, e con i pittori paesaggisti e storici dell’epoca, nonché con tutta la rete di esuli politici italiani del tempo; dobbiamo inoltre evidenziare l’attenzione che Ferri prestava, in termini di acustica e visibilità, agli attori in scena; e dobbiamo cercare di individuare l’occhio dello spettatore, sia esso francese o italiano, che riconosceva in lui il rappresentante di un modo italiano di fare arte. Barthes ha detto che lo scenografo non è “il parente povero della creazione drammatica”. Né dovrebbe essere il parente povero della storia della musica.

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