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Borsista
2010 - 2011
Fotografia
Agnès Geoffray
Periodo: 2010-2011
Professione: Fotografo
“Tutto il dolore vuole essere contemplato, o non viene sentito affatto”. Alain,
Propos sur le bonheur
”
La paura nasce nella vita più velocemente di qualsiasi altra cosa.” Leonardo da Vinci,
Carnets Agnès Geoffray si è laureata alle Beaux-Arts di Lione e Parigi. In precedenza è stata residente presso la Rijksakademie di Amsterdam. Ha esposto al CoCA di Torun (PL), alla Phoenix Halle di Dortmund (D), al Garage di Mechelen (B), allo Stuk di Louvain (B), al Magasin di Grenoble (F), all’Argos di Bruxelles (B) e al Musée d’Art Contemporain di Lione (F). Le sue opere saranno presto esposte ai Rencontres d’Arles e al Witte de With di Rotterdam. Le fotografie di Agnès Geoffray fanno parte delle collezioni pubbliche del Fond National d’Art Contemporain. Due libri sul suo lavoro sono stati pubblicati da Editions de la Lettre Volée,
Ultieme Hallucinatie e
Profond silence. L’universo di Agnès Geoffray attinge alla mitologia, alle fiabe, agli eventi e a tutto ciò che provoca le nostre paure più antiche e familiari. È un mondo di latenza, dove il prima e il dopo sono preferiti all’atto stesso, delegando la visione dell’orrore inventato. Non c’è violenza esagerata nelle sue opere. La violenza è solo abbozzata. Le fotografie e i testi fanno qualcos’altro: ci perseguitano. Le fotografie giudiziarie, giornalistiche e persino mediche hanno plasmato la natura del suo lavoro, da cui deriva il suo continuo fascino per la nozione di oggetto fotografico, che gli permette di navigare e giocare formalmente con tutti gli orpelli della fotografia. L’opera mette in discussione l’idea di reminiscenza. Queste immagini che assimiliamo nostro malgrado e che si ancorano alla nostra memoria, richiamano la persistenza e la resistenza. Durante il suo soggiorno a Roma, ha sviluppato il suo lavoro principalmente intorno alla pittura infame. “Con la pittura infamante, la magistratura dell’Italia settentrionale nel Medioevo riuscì ad associare le sanzioni penali alla rappresentazione iconografica. Mentre altre pratiche testimoniano questo rapporto tra rappresentazione e legge, la pittura infamante rimane una tecnica originale per portare alla ribalta crimini e criminali. Il condannato veniva raffigurato sui muri della città, esposto ai rimproveri dell’intera popolazione, disonorato ed escluso. L’immagine, utilizzata in un contesto specifico, diventava una punizione efficace e l’artista, spesso suo malgrado, una sorta di boia.