Ricerca
27.01 - 19.02.2006

Informazioni pratiche:
Luogo: Atelier del Bosco
Laurent Grasso è un artista che produce «poche» opere, e questo dipende probabilmente dalla loro complessità. Il suo lavoro video consiste nell’estrapolare dalla realtà fenomeni potenzialmente cinematografici, sceneggiando – o meglio, dovremmo dire virtualizzando – ciò che cattura l’occhio meccanico della telecamera. La sua opera si colloca al confine, al limite del reale, facendo sì che la telecamera assuma un punto di vista generalmente inaspettato rispetto alla scena ripresa. Il protagonista dei film di Laurent Grasso non è mai direttamente presente, poiché si tratta della telecamera stessa. Lui la concepisce come un oggetto autonomo, che non obbedisce ai riflessi dello sguardo umano. «Scruta la realtà come un territorio straniero», come dice lui stesso.
I suoi video si presentano sotto forma di installazioni, di dispositivi in cui il suono occupa un posto importante, sia come vero e proprio materiale che come vettore di «irrealtà». L’artista presenta Paracinéma, un video girato nel famoso centro industriale cinematografico italiano creato da Mussolini nel 1936. Cinecittà, la «città del cinema», era originariamente destinata a fare concorrenza agli americani sul loro terreno culturale preferito. In seguito, questa mega struttura cinematografica è stata soprannominata la «Hollywood sul Tevere». All’inizio era riservata soprattutto alle riprese di film di propaganda fascista, ma Cinecittà vivrà il suo periodo d’oro negli anni ’50 grazie al cinema americano (che ironia della storia!), che lì sviluppò i famosi peplum.
Da diversi anni, Cinecittà ha ritrovato una grande vitalità. Laurent Grasso si è naturalmente interessato a questo posto, cercando di realizzare un film che traesse ispirazione da altri film. L’artista ha quindi girato per un giorno intero in questi set cinematografici ancora in piedi, “inserendo” nelle strade dei falsi western e in altri pezzi di città di cartapesta delle storie minimaliste, dando una seconda vita a questi set. L’impressione è quella di un’esistenza nella finzione, come se ogni set avesse una vita propria, che fosse sfuggita alla storia delle varie riprese. Il rumore del vento contribuisce a rendere le scene irreali. La telecamera compie movimenti molto lievi e, forse ancora più che negli altri video dell’artista, tende a farsi da parte, per portarci meglio al cuore della sua preoccupazione principale: quello che vediamo e quello che percepiamo, è davvero la realtà?